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Tuesday, February 9, 2010

Esterofilo ma anche no: riflessioni (Sandro's post)

Viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere gente diversa. Sono o non sono cose meravigliose? Immergersi in un calderone di culture diverse, cercare di mettere da parte i propri usi e costumi mossi solo da un 'perché no?' non sono cose elettrizzanti? Dipende. Ci sono tanti modi di stare in un posto che non è il tuo: viaggiatore, lavoratore in trasferta, rifugiato politico, turista ed altri. In tutti questi casi ho potuto però notare un atteggiamento che esula dal luogo di provenienza e accomuna tutti i non autoctoni all'interno di due grandi famiglie: quelli che si vergognano delle proprie origini e quelli che invece se ne vantano. L'allontanamento dal suolo natio provoca una reazione nel malcapitato che mi porta alla mente un vecchio modo di dire che sentivo da ragazzino: la lontananza brucia gli amori futili e rafforza quelli veri. Lungi da me il tentativo di analizzare una cosa che è troppo grande anche per una enciclopedia, solo che è così lampante che mi è impossibile da non notare. Alla medesima domanda da persone diverse ricevo non due risposte diverse, ma di solito la stessa risposta con un tono di voce opposto:'da quanto non vai in italia?' Alcuni rispondono:'un anno' dimostrando dispiacere, altri rispondono alla stessa maniera con entusiasmo. Sembra quasi che la lontananza porti le persone ad un amore cieco, od un odio, che sono proprie solo del tifo sportivo, della politica e della religione; di qualcosa che, insomma, non hai o non hai più, e soprattutto che reputi causa del tuo male, o possibile risoluzione di esso. Lo si ama o lo si odia, lo stare all'estero, e, visto che l'amore, o l'odio, verso il proprio paese d'origine è un sentimento ablativo, porta a comportamenti certe volte esagerati. C'è l'italiano che inglesizza il suo nome e va fiero del fatto che la gente non si accorge, parlando, del suo accento, e c'è l'italiano che invece, di rimando, risponde in italiano alle domande in inglese, e quando è proprio necessario l'inglese lo farcisce con i vari 'capisci ammé', 'bello mio', etc. In mezzo solo quelli che sono arrivati da poco ed hanno bisogno di tempo per capire da che parte stare. Personalmente, visto che ormai ho doppiato la boa dell'anno australiano, ho capito che sono stato, sono e sarò sempre solo e semplicemente un italiano all'estero, dovessi stare qua tutta la vita. Sarò sempre un 'wog', un ghettizzato, uno che sta bene solo con quelli che parlano come lui e che la pensano nella stessa maniera. Quindi, per rispondere al precedente post di Marco e a tutti quanti chiedono continuamente dove si sta meglio, penso di poter dire che non si può sapere. Personalmente lo stare all'estero ha risvegliato in me un amore per i miei posti che non credevo di avere e non era assolutamente preventivabile, però a qualcun'altro la stessa esperienza potrebbe comportare l'esatto opposto. Nessuno lo può sapere in anticipo.

6 comments:

Giovanni said...

Ti offro un altro punto di vista:
spesso chi va altrove a cercare fortuna, in realtà sta solo cercando fuori quello che ancora non ha trovato dentro di sé.
Quando poi il povero viandante scopre che pure al di la della Luna ritroverà tutti i suoi vecchi problemi scopre che non è il dove o il quando il problema ma è proprio lui stesso.
Una volta riconciliatosi con se stesso, il buon viandante scoprirà che viaggiando si scoprono cose nuove, culture nuove, e si troverà bene ed in pace con quelle, ma soprattutto avrà la consapevolezza che lui è il punto fermo e l'ambiente che lo circonda è un accessorio più o meno appagante.

'Tutto il mondo è paese,' perché tutto il mondo è uguale: ogni posto ha pregi e difetti intrinsechi con la natura del luogo stesso ma non in relazione a noi stessi!

Quindi se una persona sta bene in Italia starà bene in qualsiasi altro posto ( o forse starà meglio), ma se un persona sta male in Italia, difficilmente starà meglio altrove, ma più facilmente starà allo stesso modo ma parlando un'altra lingua.

marco said...

Purtroppo molti vengono in Australia in cerca di una condizione "più facile", attratti dai salari mediamente più alti, dalla vita più rilassata e da una meta lontana di cui si sente parlare poco. E non hanno tutti i torti: perchè soffrire in un paese quando facendo lo stesso lavoro altrove si può arrivare a guadagnare il doppio?
Purtroppo la condizione "più facile" non esiste.
Ogni pan ga lo so grosta disea me nona!
Inoltre c'è sempre lo scoglio spesso insormontabile per molti italiani dovuti all'inevitabile paragone su aspetti quali cultura, cibo, usi e costumi...mettici poi 20.000km di distanza da tutto e tutti e il gioco è fatto.
Qui come diceva un saggio devi semplicemente "lowerare le tue expectations".

ps. però voria vedare uno che dopo 30 ani chel vive a milan el se trasferise a casotto o castelletto di rotzo, 2 giorni di tempo e ne toca vedare crepet da vespa che analizza i problemi del malcapitato che se ga suicidà.

Seymourglass said...

Bel post! Mi permetto di intervenire, in quanto "collega" di categoria espatriati.
Anche io osservo cuoriosa le reazioni dei connazionali espatriati, e riconosco le categorie che descrivi, ma ne aggiungo una terza: i curiosi. Ne ho conosciuti un paio, e mi sembrano, tra tutti, i più equilibrati. Quelli che sono partiti per spirito di esplorazione- e non per il disagio descritto da Giovanni, che, sono d'accordo, esiste eccome. Quelli che quindi rimangono consapevoli della loro italianità, alle volte nostalgici, ti accolgono con entusiasmo quando ti riconoscono come connazionale, ma non per questo si sentono sradicati. Quelli che hanno accettato che puoi nascere in un posto, vivere in un altro, sposare una persona che parla una lingua diversa, e ricostruire il tuo microcosmo di valori mantenendo la tua identità. Diversa, ricca.
Ci sono. Pochi, ma buoni.
Io sono espatriata da troppo poco per capire a quale categoria appartengo. Ma mi mancano Jesolo e la Liguria, Milano e Treviso, e le calli Veneziane, il Cadore, tutti i posti che considero casa.
'atu capio?

Anonymous said...

seymourglass ha ragione, e anche Giovanni. Sandro, d'altronde, sottolinea una nostalgia dei posti, sapori, odori - cultura, insomma - che ci mancano sempre. Perché, qualora tornassi in Veneto, ti mancheranno i BBQ australiani, come a me mancano le bellissime scogliere californiane, o i boschi di red wood. Insomma, ci portiamo dentro i posti che visitiamo, e stiamo bene o male a seconda del nostro rapporto con noi stessi. Quindi, Ale, non pensare che tornando tutto si "risolva". Aggiungerai semplicemente una nostalgia alle tue. ;)

Anonymous said...

Purtroppo o perfortuna, io ho sempre vissuto una vita da spettatore. Alle 'luci della ribalta' ho sempre preferito il 'dietro le quinte'. Questo atteggiamento, che si riperquote sul mio essere all'interno di qualsiasi società in cui io tenti di calarmi ( leggi: bbq pochini e amici anche ) mi permette però di dedicarmi all'analisi di quello che mi sta attorno. Questo alla fine è quello che ho osservato. Non metto in dubbio che esistano altre categorie ( alla fine il mio è stato un ragionamento superficiale ), non metto in dubbio neanche che tutto dipenda dalla singola persona. Non so però fino a che punto il ricordo del paese lasciato, che fa parte delle cose che non ho più ( momentaneamente o meno ), possa essere influenzato da quella strana alchimia che ci fa ricordare solo le cose belle. Pensando all'italia mi vengono in mente i miei monti, i paesaggi e le comodità che qua non ho, di sicuro non penso al semaforo con la telecamera di Altavilla o agli autovelox. Lo stare bene qua o la può essere comunque analizzato con il cuore o con la mente. Marco si è 'messo a tavolino' ed ha stilato una classifica di pro e contro, e da che parte pende la bilancia poi lo deciderà lui, io forse uso più il cuore e quindi è normale, per me, rimpiangere l'italia, da qua, come rimpiangerò l'australia, da la. Certe volte i ricordi spaccano in due una giornata, e solo un lavoro di rifinitura può ridurli alle giuste dimensioni ed al giusto peso. Tutto questo però dipende dal singolo. È ovvio.

Seymourglass said...

Una cosa è certa... l'argomento ci affascina ed appassiona, perchè riguarda quella scoperta di una parte di te che quando vivi nel tuo Paese, e ti sposti per brevi periodi, non emerge. All'improvvisio ti rendi conto che hai un'identità latente, qualcosa che ha a che fare con la tua lingua, il luogo dove sei nato, dove hai vissuto, e via via in cerchi concentrici sempre più larghi fino ad arrivare agli autovelox, e con tutte queste cose devi fare i conti...
... come se non bastasse essere catapultati in un nuovo paese, cultura, lavoro, ecc... Mannaggia! ;)

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